CALMA PIENA.

rogersianamente_da persona a persona

“Dear sender,
thank you for your message. I am out of office, with no email access.
I will be back at September”

Eccole, sono ufficialmente iniziate: le vacanze.
Meritate, obbligatorie, necessarie, date loro un po’ l’aggettivo che preferite, l’importante è che arrivino.
E ogni anno, non so ancora come, si presentano sempre al momento giusto, cioè quando hai speso anche l’ultimo briciolo di energia che ti è rimasto.

Cominci a salutare tutti come se partissi per un lungo viaggio che ti cambierà la vita, augurando “buone ferie” anche al tuo peggior nemico. Tanto, ne passerà di tempo prima di rivederlo.

È come se venissi completamente pervaso dal desiderio di arrivare lì, in quel posto su cui hai fantasticato per mesi. E tutto ad un tratto diventi più operativo: sbrighi con efficienza le ultime commissioni; chiudi casa trovando una collocazione anche a quegli oggetti lasciati lì dal Natale scorso; ti preoccupi di innaffiare le piante, con la speranza che questa volta sopravviveranno anche senza di te.

E infine, dulcis in fundo, prepari i bagagli. E lo fai, ripetendoti fino all’ultimo che quest’anno avresti dovuto approfittare di più dei Saldi Estivi (come se non lo avessi fatto abbastanza), finendo così per riempire la valigia di cose inutili, anche di quella maglietta che hai tenuto in fondo all’armadio tutto l’anno. Perché questa volta, SI! Potrebbe essere finalmente l’occasione giusta per indossarla.

Che poi, a dire il vero, spesso il viaggio estremo di cui sopra non sei riuscito ad organizzarlo, e alla fine hai optato per tornare nello stesso posto dell’anno precedente, in cui non ti sei trovato poi così male!

Poco importa insomma, perché il fascino del pre-partenza è tale da farsi carico di infinite aspettative, camuffate in opportunità. Per tutto il tempo infatti, sembri assaporare un senso di libertà che per mesi hai tenuto sottochiave, lo stesso che ti permette di circondarti proprio di quei buoni propositi, traducibili spesso in un’unica, semplice frase: “a settembre cambio tutto. Ricomincio daccapo.”

Così va a finire che parti.
E arrivi a destinazione, su quell’isola felice tanto agognata.
Passano tre/quattro giorni, e dopo che sei lì; che ti sei ambientato; che inizi finalmente a goderti il tuo meritato riposo, accade qualcosa di inspiegabile: in un attimo, quello che hai tanto sognato sembra non bastarti più.

E anche se per un po’ non ho voluto crederci, Paul Watzlawick, psicologo e filosofo austriaco, mi ha sbattuto in faccia la spiegazione a tutto questo. La verità è che per “troppo a lungo ci è stato fatto credere, e noi ingenuamente abbiamo creduto, che la ricerca della felicità conduca infine alla felicità”.

Una frase che, per quanto faccia male, sento essere incredibilmente autentica.
Ci sono voluti almeno due anni prima che mi rendessi conto del suo reale significato.

Perché, non possiamo farcene una colpa, dentro di noi c’è e ci sarà sempre quel qualcosa che ci spingerà a ricercare lo “straordinario”, anche nel nostro quotidiano.
Negli ultimi tempi però mi sono chiesta se l’errore non risiedesse proprio nel continuare a cercarlo. Se infatti abbandonassimo la ricerca, forse impareremmo nuovamente a “meravigliarci delle cose” e a stupirci di ciò che “ci coglie impreparati”. In fin dei conti, l’ho letto da qualche parte, lo “straordinario” resterà sempre estraneo all’ordinario, per sua stessa definizione.

Quindi, piuttosto che lamentarci e preoccuparci, perché la vita non va che come vogliamo, faremmo meglio forse ad accettare il fatto che, di sicuro, lei non cambierà per noi ma piuttosto, saremo noi a dover cambiare per lei.

Certo, è più facile a dirsi, che a farsi, lo so.

Chi crede infatti che la vita sia straordinaria proprio perché si realizza nella sua quotidianità? Chi è disposto ad accettare il fatto che la vita sia una direzione, più che una destinazione, e soprattutto quanto è difficile dirsi che “la vita non è trovare sé stessi ma è creare sé stessi” (cit. di George Bernard Shaw)?

Eppure, recentemente mi sono imbattuta in un articolo dal titolo bizzarro ma che mi ha fatto comprendere qualcosa in più, si intitolava: “non fare niente, quando non sai cosa fare”.

Una massima che oggi credo nessuno di noi sia in grado di mettere in pratica. È noto infatti a tutti che, quando non sappiamo cosa fare, dobbiamo per forza fare qualcosa!
Così, mossa dalla curiosità di capire dove volesse “andare a parare”, lo lessi.
L’incipit fu illuminante. Cominciava con la narrazione di un racconto buddhista che provo a riportare a grandi linee di seguito:

“Un giorno il Buddha comandò ad un suo discepolo di prendere dell’acqua in un lago fangoso e di recarvisi più e più volte nei giorni seguenti. L’acqua non era potabile e il discepolo, seppur obbedendo, era sempre più frustrato ogni giorno che passava, perché non comprendeva la richiesta del Buddha. Poi un giorno, raggiunto il lago, il discepolo trovò l’acqua cristallina e pulita. Tornato dal Buddha, questi gli spiegò che il fango si deposita da solo, basta semplicemente aspettare, esattamente come accade alla nostra mente, che per ritrovare la calma e l’equilibrio quando è disturbata o indecisa sul da farsi, ha bisogno di pazienza.”

Come se calmare la mente sia il modo migliore per trovare risposte.
Ecco. Così ho provato a fare anche io, giungendo alla conclusione che, al di là delle vacanze e dello stress accumulato, arriva sempre un momento in cui ci sentiremo impotenti di fronte alla vita, tanto che forse varrà la pena iniziare ad accettarla così com’è, per poterla viverla pienamente, godendo sino in fondo di ogni suo momento.

Non so perché ma ora ho un’immagine chiara in testa.

Deve essere proprio come un acquazzone in un pomeriggio estivo.
Di quelli potenti, che arrivano all’improvviso.
Lavano e spazzano via qualunque cosa trovino attorno.
Ad un tratto, tutto si fa più silenzioso, calmo. Solo il rumore della pioggia: uno scroscio d’acqua continuo.
Sembra quasi che tutti vogliano contemplarla, nel silenzio dei suoi rumori, che si fanno più nitidi. Dura un momento ma ti costringe a fermarti, ad abbandonare i “giochi”, a chiuderti in casa.
Ed è proprio nel ritrovarti così impotente, che recuperi il gusto del “dolce far niente”: una partita a carte; la lettura di un buon libro; la schiena calda sulle piastrelle fresche della cucina o, più semplicemente, i tuoi occhi che osservano il picchiettio sui tetti.

Spesso, di tutta la vacanza, sono quei pomeriggi, i più rigeneranti. Quelli di cui hai davvero bisogno.

Ilaria Negri

UN’INVINCIBILE FORZA.

Qualche giorno fa, per i corridoi dell’ufficio, una mia collega mi parlò di una poesia che l’aveva toccata. I suoi occhi erano lucidi, mentre mi raccontava quanto l’avesse “scossa” dentro, così, incuriosita le dissi: “mandamela per mail, voglio leggerla anch’io”.

Mia cara,
nel bel mezzo dell’odio
ho scoperto che vi era in me
un invincibile amore.
Nel bel mezzo delle lacrime
ho scoperto che vi era in me
un invincibile sorriso.
Nel bel mezzo del caos
ho scoperto che vi era in me
un’ invincibile tranquillità.
Ho compreso, infine,
che nel bel mezzo dell’inverno,
ho scoperto che vi era in me
un’invincibile estate.
E che ciò mi rende felice.
Perché afferma che non importa
quanto duramente il mondo
vada contro di me,
in me c’è qualcosa di più forte,
qualcosa di migliore che mi spinge subito indietro.
(Albert Camus)

In un primo momento, capitata tra un’e-mail di lavoro e l’altra, pensai: eh si, è proprio vero. Arriva il periodo in cui appena sentiamo la parola “estate” – in un qualsiasi contesto – ci sentiamo mossi da vibrazioni positive, che ci spingono verso luoghi idilliaci e spensierati.

Carina.
Archiviai l’e-mail e continuai il mio tran tran.

Mi capitò poi di rileggerla con più calma, durante la pausa pranzo. Bastò una sola volta per sentire dentro di me risvegliarsi qualcosa, qualcosa che spesso rimane sopito, poco cosciente, qualcosa che spesso faccio fatica a riconoscere e a dare un valore: un’invincibile forza, quella interiore.

Non necessariamente un’energia vitale capace di scuotermi a tal punto da rendermi impavida e temeraria di fronte a qualsiasi avversità della vita (non siamo mica tutte “Xena, la Principessa Guerriera”!).

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Ma più banalmente, quella che mi spinge ad alzarmi dal letto ogni mattina, anche quando ho il presentimento che la giornata non andrà esattamente come spererei che andasse.

Per restare leggeri, quella che mi fa sorridere davanti alle piccole “calamità” quotidiane, che reiterate nel tempo, ho imparato ad accogliere con disinvoltura: l’autobus in ritardo di 20 minuti che mi costringe a tornare a casa a piedi; la macchia di caffè sulla camicetta nuova prima di una riunione; lo spigolo del letto sul mignolino del piede durante le pulizie domenicali; il cellulare scarico (senza caricabatterie); la pioggia (senza ombrello); i leggendari “chili di troppo” ad un mese dalla fantomatica “prova costume”.

O, per andare invece più nel profondo, quella forza che mi motiva ad andare avanti, a mettermi in gioco, a trovare nuove soluzioni, anche quando incombono su di me quelle grandi delusioni della vita che lasciano un po’ di amaro in bocca: una mancata promozione al lavoro; la fine di un’amicizia; un amore non corrisposto.

C’è chi la definisce: serenità d’animo, chi fiducia in sé stessi. Carl Rogers, fondatore dell’Approccio Centrato sulla Persona, la descrive come “una tendenza attualizzante, presente in tutti gli organismi viventi” (per approfondimenti sul tema, “Un modo di essere”, di Carl Rogers). Qualcosa che è dentro di noi fin dalla nascita, che non può essere distrutto e che, anche in condizioni avverse, non rinuncerà mai ad esprimersi, anzi, cercherà in tutti i modi (anche contro di noi), di realizzarsi al meglio.

Una forza interiore che ci concede il tempo necessario per prenderci cura delle nostre ferite, siano esse inferte da una malattia, da un insuccesso lavorativo o dalla perdita di un nostro caro. Offrendoci poi sempre la possibilità di rialzarci di nuovo, più consapevoli della caducità della vita.

Certo, nella maggior parte dei giorni di cui abbiamo memoria, abbiamo la sensazione che questa “tendenza” non sia sempre al nostro fianco, e forse diciamocelo, non abbiamo nemmeno voglia di avercela troppo intorno.
A volte, sentiamo il bisogno di crogiolarci nel nostro dolore, nella nostra disperazione più che guardare il mondo con positività, imparando a cogliere il buono da ogni esperienza.

Eppure, per quanto ci ostiniamo a tenerla sottochiave, quest’invincibile forza dentro di noi, trova sempre il modo di liberarsi e manifestarsi con più o meno potenza e convinzione. Non tanto per concederci una “seconda chance” rispetto ai fallimenti che abbiamo subito ma per metterci di fronte ancora una volta all’opportunità di diventare ciò che siamo, di andare avanti, di guardare oltre.
Una forza che non ci spegne ma ci accende.

Senza renderci supereroi ma di sicuro, padroni della nostra anima.
Per dirlo con le parole di William Ernest Henley:

I’m the Master of my fate,I‘m the Captain of my soul.

Ilaria Negri