LA RIVOLUZIONE DELL’ANGUILLA

rogersianamente_un modo di essere

Riavvolgere la lenza, con benevolenza.

È un momento ben preciso quello in cui, sulle rive del suo fiume, il ragazzo decide di prendersi la testa ed i pensieri fra le mani, snocciolandoli con calma. Senza stringere troppo, spreme l’amaro ed il dolce dei suoi vissuti per assaporarli così come sono, senza giudizio. É un preciso istante quello che riempie di gusto quel momento fermo, mentre il fiume galoppa ed il tempo è un corridore senza alcun rivale, se non la consapevolezza di viverlo.

Come sassi piatti, i suoi pensieri si adagiano sul fondo di un tempo fermo e limpido per riavvolgere la pellicola della sua storia e proiettarla sul muro pulito di una nuova coscienza di sé. La riavvolge piano ed in silenzio, come la lenza al mulinello quando il pesce abbocca all’amo o quando il tempo si ribella decidendo, per una volta, di non scapparsene via come fa l’anguilla tra le mani.

Storie parallele di noia e rivoluzione.

L’acqua si calamita alla Luna come abboccata all’amo, quando questa la chiama nelle notti in cui è piena di sé. Così anche il ragazzo, nelle vuote sere d’estate, veniva attratto dall’acqua senza memoria del suo fiume. Un’acqua che scorre decisa, scortese e senza fronzoli e che della sua adolescenza ne ha catturato e riflesso i momenti più belli. È qui che, lenza e canna in mano, il tempo veniva imbrigliato nella rete a maglie strette di odori e sensazioni che entrarono nelle ossa di un adolescente sensibile come il cimino di una canna; agitato come il fiume dopo un temporale estivo.

Quindi i motorini si buttavano sulla riva e si accendeva un gran falò, perché nonostante l’estate il freddo era pungente e le zanzare così aggressive che avrebbero potuto rapirti. Mentre i dubbi di un amico che ancora non sapeva cosa farsene della propria vita facevano da contraltare a chi invece della sua aveva già la mappatura, il verme si dimenava sull’amo ed i campanelli sulle cime delle canne erano pronti come sentinelle a suonare l’allarme in caso di cattura. Arrivava quindi il tempo dell’attesa che si stringeva attorno al fuoco e si faceva denso di racconti e risate, di confessioni e aneddoti al limite della legalità tra ragazzi che del libro della propria storia erano solo alle prime battute.

E tra loro quel ragazzo: un vaso profondo colmo di terra fertile, senza semi e sogni; se non quello di sentire un campanello suonare, una canna piegarsi e correre nel buio per scoprire cosa il fiume gli avesse regalato quella notte.

In Viaggio verso e attraverso.

Il rituale sulla riva aveva un retrogusto magico: all’amo si infilzavano uno o due vermi che si dimenavano indemoniati e, lanciati al centro del fiume grazie ad un piombo piatto, si adagiavano sul fondo continuando la loro straziante danza, attraendo inconsapevolmente la regina della notte; quel pesce-serpente che nuota e si nasconde tra i canneti dei fiumi e nel mistero degli abissi caraibici. I vermi danzano, l’anguilla abbocca e tira con tutta la sua forza, la cima della canna si piega ed il campanello suona. L’attesa si fa così adrenalina: lo strattone giusto alla lenza ed ecco che inizia la lotta con quel pesce che più di tutti, con misterioso silenzio, ci insegna come ogni essere vivente tenda per natura ad una rivoluzione continua, ad un adattamento che è sostanza, ad un obiettivo che si fa viaggio e non solo punto di arrivo.

È la rivoluzione dell’anguilla che alberga nei fondali di ognuno di noi, siano essi colmi di acqua salata o dolce. Nasciamo dotati di cartina e barca a remi, sempre pronti a salpare per un viaggio rivoluzionario verso e attraverso l’attualizzazione di sé.

L’adolescenza dell’anguilla.

Tutto ha inizio ben lontano da una sponda d’un fiume, bensì nelle profondità del Mar dei Sargassi, nell’Atlantico nord occidentale, tra le Grandi Antille, le Azzorre e le Bermuda. È qui che nascono tutte le anguille pescate in Africa, America, Europa e le poche finite nei retini del ragazzo. Quelle che saranno poi chiamate Anguille, nella profondità di questo mare, prendono il nome di Leptocefali, larve primordiali dal corpo a forma di foglia di salice per via della forte pressione dovuta alla profondità in cui nascono. Durante le prime fasi dello sviluppo le dimensioni aumentano velocemente fino allo stadio di larva per poi diminuire ed assumere l’aspetto adulto. Sono passati solo alcuni mesi dalla schiusa delle uova ma il Leptocefalo sembra conoscere la sua strada. Inizia infatti a mutare e a svilupparsi, in un ambiente come quello del Mar dei Sargassi a lui favorevole, verso un viaggio spinto dalla Corrente del Golfo, che lo porterà a raggiungere le coste dell’Europa e dell’America sotto altra forma e nome.

Sulla riva il ragazzo stringe la testa tra le mani, guarda il fiume scorrere e con lui i pensieri di un’adolescenza vissuta nella profondità di un mare sempre troppo grande per comprenderlo, troppo buio e profondo per lasciarlo libero di farsi trasportare dalla sua corrente del Golfo.

Che ne sa il Leptocefalo, dall’oscurità del Mar dei Sargassi, che da pesce d’acqua salata diverrà d’acqua salmastra e poi dolce, per poi tornare, sotto altro nome ed aspetto, là dove tutto ha avuto inizio?

 

«Il babbo porta i baffi come i cowboi nei film western su Rete4. A differenza loro però non spara in aria urlando, seduto sulla sella d’un cavallo. È più simile ad un carovaniere, su d’età e di peso, che, immancabilmente, viene assalito e depredato della sua diligenza. Lavora nelle ferrovie da quando venne inventato il treno a vapore, credo. Non ho ben capito né come né chi lo faccia, ma si lamenta sempre di venire derubato del tempo, del lavoro, della vita che trotta senza biglietto di ritorno. Ed i treni ritardatari hanno fatto di quel macchinista un babbo in ritardo, un carovaniere derubato della sua mercanzia.

Forse le urla dei pendolari infuriati in cerca di rimborsi e spiegazioni, oppure il continuo fischio del treno in partenza. Non so bene cosa sia stato, sta di fatto che il mio babbo è sordo. Cioè non sordo come quelli che non sentono quello che gli dici, sordo come quelli che non vedono oltre il rumore delle parole. Ecco, con il babbo è un po’ così: le mie parole sono solo rumore a cui corrispondere altrettanto rumore per decidere, sbrigare, definire, fare. È un treno che trotta – totom-totom – senza fermarsi a guardare il paesaggio e conoscere le storie di chi trasporta, tra cui la mia.

La mamma non era così. A lei non serviva sentire quello che dicevo per capire cosa avessi. Sapeva leggermi attraverso il rumore dei miei silenzi, dei miei sguardi, del mio essere solo me stesso. Mi ascoltava pure quando dormivo e la mattina senza neppure che finissi di stropicciarmi gli occhi già sapeva cosa avessi sognato quella notte.

La mamma se l’è portata via il lago una bella mattina di maggio. Tra tempeste, onde e battelli anche lui faceva un gran parlare ma, evidentemente, nessuno sapeva ascoltarlo così bene come sapeva fare la mia mamma. Ora, seduta sul fondale, la vedo in silenzio assorbire tutto il trambusto di quest’acqua assetata di storie mai ascoltate.

Sono tornato su quella riva un pomeriggio, ho messo la testa sotto l’acqua e l’ho chiamato così forte, bevendo e mischiando l’acqua del lago con le mie lacrime, che tutti i pesci si sono zittiti dalla paura e forse è proprio da allora che sono muti come pesci. Peccato – ripensai in seguito – proprio ora che qualcuno avrebbe ascoltato le loro storie di lago così bene da renderle vere.

A me piace il mare. Ma non quello che sa di crema solare; il mare quello così profondo da non invidiare nulla al cielo. Il mare dei pappagalli parlanti e dei tesori nascosti, delle Americhe trovate per caso sfidando le maledizioni del mar dei Sargassi. A me piacciono i pirati e le avventure vissute aggrappato alla cima dell’albero maestro e alle reti della mia fantasia.

“Quattro pirati nel mar dei Sargassi
sopra una zattera fatta di assi
vanno remando, dicono loro,
alla ricerca di un grande tesoro”

Canto nel mare della mia vasca da bagno, mentre ordino al nostromo di spiegare le vele. Ed io sono il condottiero del bagno di casa, quando babbo non c’è. Perché quando arriva una nuvola nera alza il vento che mi costringe a chiudere le vele e rientrare in porto per salire su un treno lungo e noioso, interrotto dalle solite fermate già vissute. Glie l’ho detto al babbo una mattina che mi portava a scuola – Babbo, se ti va una volta ti ci porto sul mio vascello, devo solo dire al nostromo di far spazio nella stiva – ma forse non mi stava ascoltando, perché mi salutò accennando un “si” insipido, prima di lasciarmi sul molo della scuola e ripartire sul suo treno in ritardo.

Paolo Cagliani

CALMA PIENA.

rogersianamente_da persona a persona

“Dear sender,
thank you for your message. I am out of office, with no email access.
I will be back at September”

Eccole, sono ufficialmente iniziate: le vacanze.
Meritate, obbligatorie, necessarie, date loro un po’ l’aggettivo che preferite, l’importante è che arrivino.
E ogni anno, non so ancora come, si presentano sempre al momento giusto, cioè quando hai speso anche l’ultimo briciolo di energia che ti è rimasto.

Cominci a salutare tutti come se partissi per un lungo viaggio che ti cambierà la vita, augurando “buone ferie” anche al tuo peggior nemico. Tanto, ne passerà di tempo prima di rivederlo.

È come se venissi completamente pervaso dal desiderio di arrivare lì, in quel posto su cui hai fantasticato per mesi. E tutto ad un tratto diventi più operativo: sbrighi con efficienza le ultime commissioni; chiudi casa trovando una collocazione anche a quegli oggetti lasciati lì dal Natale scorso; ti preoccupi di innaffiare le piante, con la speranza che questa volta sopravviveranno anche senza di te.

E infine, dulcis in fundo, prepari i bagagli. E lo fai, ripetendoti fino all’ultimo che quest’anno avresti dovuto approfittare di più dei Saldi Estivi (come se non lo avessi fatto abbastanza), finendo così per riempire la valigia di cose inutili, anche di quella maglietta che hai tenuto in fondo all’armadio tutto l’anno. Perché questa volta, SI! Potrebbe essere finalmente l’occasione giusta per indossarla.

Che poi, a dire il vero, spesso il viaggio estremo di cui sopra non sei riuscito ad organizzarlo, e alla fine hai optato per tornare nello stesso posto dell’anno precedente, in cui non ti sei trovato poi così male!

Poco importa insomma, perché il fascino del pre-partenza è tale da farsi carico di infinite aspettative, camuffate in opportunità. Per tutto il tempo infatti, sembri assaporare un senso di libertà che per mesi hai tenuto sottochiave, lo stesso che ti permette di circondarti proprio di quei buoni propositi, traducibili spesso in un’unica, semplice frase: “a settembre cambio tutto. Ricomincio daccapo.”

Così va a finire che parti.
E arrivi a destinazione, su quell’isola felice tanto agognata.
Passano tre/quattro giorni, e dopo che sei lì; che ti sei ambientato; che inizi finalmente a goderti il tuo meritato riposo, accade qualcosa di inspiegabile: in un attimo, quello che hai tanto sognato sembra non bastarti più.

E anche se per un po’ non ho voluto crederci, Paul Watzlawick, psicologo e filosofo austriaco, mi ha sbattuto in faccia la spiegazione a tutto questo. La verità è che per “troppo a lungo ci è stato fatto credere, e noi ingenuamente abbiamo creduto, che la ricerca della felicità conduca infine alla felicità”.

Una frase che, per quanto faccia male, sento essere incredibilmente autentica.
Ci sono voluti almeno due anni prima che mi rendessi conto del suo reale significato.

Perché, non possiamo farcene una colpa, dentro di noi c’è e ci sarà sempre quel qualcosa che ci spingerà a ricercare lo “straordinario”, anche nel nostro quotidiano.
Negli ultimi tempi però mi sono chiesta se l’errore non risiedesse proprio nel continuare a cercarlo. Se infatti abbandonassimo la ricerca, forse impareremmo nuovamente a “meravigliarci delle cose” e a stupirci di ciò che “ci coglie impreparati”. In fin dei conti, l’ho letto da qualche parte, lo “straordinario” resterà sempre estraneo all’ordinario, per sua stessa definizione.

Quindi, piuttosto che lamentarci e preoccuparci, perché la vita non va che come vogliamo, faremmo meglio forse ad accettare il fatto che, di sicuro, lei non cambierà per noi ma piuttosto, saremo noi a dover cambiare per lei.

Certo, è più facile a dirsi, che a farsi, lo so.

Chi crede infatti che la vita sia straordinaria proprio perché si realizza nella sua quotidianità? Chi è disposto ad accettare il fatto che la vita sia una direzione, più che una destinazione, e soprattutto quanto è difficile dirsi che “la vita non è trovare sé stessi ma è creare sé stessi” (cit. di George Bernard Shaw)?

Eppure, recentemente mi sono imbattuta in un articolo dal titolo bizzarro ma che mi ha fatto comprendere qualcosa in più, si intitolava: “non fare niente, quando non sai cosa fare”.

Una massima che oggi credo nessuno di noi sia in grado di mettere in pratica. È noto infatti a tutti che, quando non sappiamo cosa fare, dobbiamo per forza fare qualcosa!
Così, mossa dalla curiosità di capire dove volesse “andare a parare”, lo lessi.
L’incipit fu illuminante. Cominciava con la narrazione di un racconto buddhista che provo a riportare a grandi linee di seguito:

“Un giorno il Buddha comandò ad un suo discepolo di prendere dell’acqua in un lago fangoso e di recarvisi più e più volte nei giorni seguenti. L’acqua non era potabile e il discepolo, seppur obbedendo, era sempre più frustrato ogni giorno che passava, perché non comprendeva la richiesta del Buddha. Poi un giorno, raggiunto il lago, il discepolo trovò l’acqua cristallina e pulita. Tornato dal Buddha, questi gli spiegò che il fango si deposita da solo, basta semplicemente aspettare, esattamente come accade alla nostra mente, che per ritrovare la calma e l’equilibrio quando è disturbata o indecisa sul da farsi, ha bisogno di pazienza.”

Come se calmare la mente sia il modo migliore per trovare risposte.
Ecco. Così ho provato a fare anche io, giungendo alla conclusione che, al di là delle vacanze e dello stress accumulato, arriva sempre un momento in cui ci sentiremo impotenti di fronte alla vita, tanto che forse varrà la pena iniziare ad accettarla così com’è, per poterla viverla pienamente, godendo sino in fondo di ogni suo momento.

Non so perché ma ora ho un’immagine chiara in testa.

Deve essere proprio come un acquazzone in un pomeriggio estivo.
Di quelli potenti, che arrivano all’improvviso.
Lavano e spazzano via qualunque cosa trovino attorno.
Ad un tratto, tutto si fa più silenzioso, calmo. Solo il rumore della pioggia: uno scroscio d’acqua continuo.
Sembra quasi che tutti vogliano contemplarla, nel silenzio dei suoi rumori, che si fanno più nitidi. Dura un momento ma ti costringe a fermarti, ad abbandonare i “giochi”, a chiuderti in casa.
Ed è proprio nel ritrovarti così impotente, che recuperi il gusto del “dolce far niente”: una partita a carte; la lettura di un buon libro; la schiena calda sulle piastrelle fresche della cucina o, più semplicemente, i tuoi occhi che osservano il picchiettio sui tetti.

Spesso, di tutta la vacanza, sono quei pomeriggi, i più rigeneranti. Quelli di cui hai davvero bisogno.

Ilaria Negri

Tommaso.

Rubrica da persona a persona

Milano. Un sabato pomeriggio di fine giugno. 40 gradi.

Mi accolse in salotto, su quel divano bianco e grande, che da bambini era spesso oggetto di infinite discussioni: entrambi volevamo prenderci posto, finendo spesso per contendercelo con modi molto poco ortodossi.
Mi accasciai sulla poltrona a fianco, sfinita dal caldo afoso che ci perseguitava ormai da giorni.

“Allora come va?” – Chiesi.
“Caldo.” – Ecco, appunto.

Erano settimane che organizzavamo di vederci. Ormai entrambi lavoratori stacanovisti, il tempo per incrociarsi era sempre meno. Avevamo optato per il weekend: no lavoro; zero impegni; l’altro fratello in campagna; mamma e papà al mare. La casa era effettivamente più “tranquilla” e per un attimo questo clima rilassato mi fece pensare che avremmo potuto anche rimandare…

“Se non te la senti, facciamo un’altra volta” – Proposi.
“No, no, me la sento. Anzi, mi fa piacere”. – Disse quasi perplesso dalla mia proposta.

Il mio sguardo cadde sulla protesi.
Pensai subito all’ “Arto Fantasma”. Una sindrome difficile da capire: da un lato così extracorporea, dall’altro, una sensazione concreta, fisica, quotidiana.
Tommy perse la gamba a 20 anni, per un incidente stupido. Dopo tre mesi di ospedali (4 in tutto) e interventi (13 per l’esattezza), i medici dovettero ricorrere all’amputazione della gamba destra. Un taglio netto, sopra il ginocchio.
Ho sempre pensato che ad un fatto del genere lui reagì “bene”.
E mi sono sempre chiesta se io sarei mai stata in grado di fare altrettanto.

In questi anni ho sentito pareri diversi: qualcuno dice che è il destino a scegliere per noi. E spesso, sceglie i più forti d’animo, quelli in grado di affrontare e sopportare un certo tipo di sfide. Altri, invece, non credono nel fato. Sono convinti che la vita sia pura casualità.

Per un motivo o per un altro, questa domanda mi ha spinto a cercare una risposta guardando la realtà più da vicino. Abbandonando sofismi o aforismi di natura varia.

I: Ok, iniziamo. Cominciamo prima di tutto dalle presentazioni: mi aiuteresti a descriverti?

T: Eh, domanda difficile. – Pausa.
Sono Tommaso e sono tuo fratello.
Mi sono laureato in Giurisprudenza e sto per finire la pratica in uno studio legale.
Ho una bellissima famiglia, unita.
Sono un ragazzo a cui è capitata una cosa grossa e molto dura. Sette anni fa, ho fatto un incidente in motorino con il fratello di uno dei miei migliori amici, a seguito del quale, ho perso una gamba.”

Pausa.
A volte mi chiedo se è giusto ancora presentarmi e far presente questa cosa. Quando mi chiedono “chi sei?”, parlare della gamba mi fa pensare: “cavolo è ancora così importante? Allora non l’ho ancora superata.”
Nei primi anni dopo l’incidente era una prassi dire a tutti: “ciao, sono Tommaso e non ho una gamba.”
Era un modo per mettere le cose in chiaro, fin da subito.
Ora che lo dico però, non penso che oggi questo faccia la differenza.
L’aver subito e vissuto quell’esperienza in qualche modo mi ha cambiato ma non credo di essere un’altra persona rispetto a quello che ero prima. Sono convinto che le caratteristiche della mia personalità che vedo oggi, ci fossero da sempre.

Pausa.
Sono un ragazzo che studia, che vuole diventare avvocato, con tanti dubbi sul futuro, come quasi tutti i giovani di oggi.

I: Ti faccio allora una domanda: come ti ha trasformato e come hai trasformato quello che ti è accaduto?

T: Mi ha trasformato sotto tanti punti di vista. Prima di tutto fisicamente.
L’elemento della fisicità, del proprio corpo, soprattutto nei primi anni, per me è stato molto sofferto. Non mi ha mai fatto “senso” ma ogni giorno mi svegliavo e guardarmi era come se fosse sempre la prima volta.
Anche dal punto di vista interiore, la trasformazione è stata enorme.
Il fatto di non avere una gamba, mi ha fatto capire cos’è il dolore, cos’è la sofferenza e che cosa significa la conquista delle piccole cose, quelle che nella quotidianità magari sembrano scontate. Mi ha fatto capire che per tutta la vita dovrò fare i conti con questo fatto. E che tutte queste consapevolezze forse sì, mi hanno reso migliore, ma se potessi scegliere, preferirei che non fosse mai successo. Credo sarei stato una persona positiva comunque. Non mi sento una di quelle persone che dice: “ah, questa cosa mi ha cambiato in meglio!”

Pausa.
All’inizio poi è ancora più difficile, perché vedi tutto nero. Anche i miei primi pensieri sono stati: “ora come farò? Non ce la posso fare”. Il fatto è che non siamo mai abbastanza abituati a subire e a vivere delle situazioni del genere per cui, quando ci capitano, penso sia naturale che la paura ci blocchi totalmente.
Eppure, sin dai primi momenti, ho capito fin da subito che la strada sbagliata era quella di vivere questo episodio solo come un evento negativo o meglio, peggiorativo.
È come se una parte di me, che probabilmente c’era già prima dell’incidente, fosse naturalmente portata a vedere le cose da un lato positivo. Come se mi dicessi: “andrà tutto bene!”, anche se: “non era andata bene per niente!”
Questo non vuol dire che io non abbia mai avuto (o non abbia ancora) paura che le cose vadano male ma dentro di me sento che si possono affrontare con positività e ottimismo.
Forse è un tratto innato…Non lo so ma per me è così.

I: A questo proposito, l’altro giorno ascoltavo un’intervista di Alex Zanardi che ad un certo punto diceva: “[…] è la curiosità che mi ha spinto a guardarmi attorno anche nei momenti più difficili e a trasformarli in opportunità […].”

T: Sì, la curiosità è fondamentale.
Quando ancora ero in ospedale, volevo subito capire come era fatta una protesi e come cavolo si facesse a tornare a camminare! La prima volta che ne ho vista una, è stata su un ragazzo che aveva subito un incidente più brutto del mio: l’ho visto in piedi, con questa copertura argento e la mia prima impressione è stata: “bello! Perfetto. La voglio anche io e la potrò utilizzare al meglio!”
Non mi ha dato una sensazione invalidante…forse perché io ero ancora sulla sedia rotelle!

Ride.
La curiosità ti spinge a dare il massimo. A guardare le cose da un punto di vista più “pratico”.
E allora piano piano inizi a stare meglio, vuoi stare meglio. Prima di tutto fisicamente.Inizi a riacquistare autonomia. Può sembrare una cavolata ma quando non riesci ad alzarti e non riesci a muoverti, la sensazione anche solo di poter uscire da una stanza a bordo di una sedia rotelle è già una grandissima conquista.
E ogni cosa in più, è una cosa nuova che assapori.
E quando sei già pieno di tutte le piccole conquiste che all’inizio ti sembravano importanti, quando quindi è diventato di nuovo normale alzarsi; andare in bagno da solo; fare una passeggiata, è a quel punto che “cavolo, vuoi di più!”
E quindi comincia un nuovo inizio, un nuovo ripartire, lottare. Un nuovo incuriosirsi alle cose.

I: Vado dritta al punto: cos’è il passato, cos’è il presente, cos’è il futuro?

T: È difficile dare una definizione a tutti e tre: Passato, Presente e Futuro, sono legati dal concetto di Tempo.
E il Tempo per me è uno di quei pensieri che trovo spaventosi.
Se devo pensare al mio futuro da qui a 30 anni, mi terrorizza. Forse, perché con quello che mi è successo, ho dovuto farci i conti con meno spensieratezza.
Anche se credo che la nostra personalità sia qualcosa che ognuno ha dentro di sé a prescindere, penso che ciò che siamo oggi è sicuramente determinato anche dal nostro passato, da quello che ci è successo.
Nel presente cerco di avere uno spirito positivo ma non posso negarlo: c’è sempre (come per tutti) un po’di paura verso il futuro, perché esistono dei valori in gioco e soprattutto esistono le esperienze passate che ci hanno più o meno segnato.

I: A parte questi pensieri, sei soddisfatto di te? Cosa significa secondo te “mettersi in gioco”?

T: Si. Direi che sono soddisfatto ma ci sono tante cose ancora da mettere a posto, da fare.
Sono in un periodo di crescita. Ci sono momenti della vita (io li sento), in cui dici: “ok. Momento di crescita. Sto crescendo in questo momento.”E ultimamente mi capitano spesso.
“Mettersi in gioco” invece è la cosa più difficile, perché credo ci voglia grande istinto.
Io, invece, pondero tanto le mie scelte, per cui forse non sono così portato a farlo.
O meglio, è probabile che ad un certo punto io mi sia “bloccato”.

Pausa.
Quattro anni fa, prima di andare al mare, ho perso tanto tempo sulle protesi.
Era un periodo in cui mi sentivo alla grande: avevo ricominciato da un po’ a studiare, “a provarci” con le ragazze, a sentirmi piaciuto e a piacermi. E forse lì mi sono un po’ “montato la testa”, nel senso che ho voluto a tutti i costi un nuovo ginocchio, più tecnologico, in grado di farmi fare molte più cose: dal correre al nuotare, eccetera.
Volevo sistemare al massimo il tutto. L’obiettivo era: la gamba perfetta.
Ero dell’idea che la protesi dovesse essere un’approssimazione continua, verso un miglioramento continuo. E in quel momento stavo percependo che tutto andava proprio in quella direzione. Mi ero messo in gioco e volevo trarne il massimo.
Finì che la protesi fu pronta e dopo tre giorni di mare, il ginocchio si ruppe. Una vera batosta!
La ricerca della gamba perfetta era stata una mia illusione.
È stato il momento in cui forse “mi sono bloccato” ma è stato anche il momento in cui ho capito che dovevo prima di tutto domandarmi quali volevo che fossero “i miei passi successivi”. Mi sono reso conto che “mettersi in gioco” ha un valore più grande dopo una sconfitta o una delusione, e vale forse più nella quotidianità, che in episodi eclatanti.

I: Mi viene da chiederti allora, che differenza c’è secondo te tra ambizione e passione?

T: È una bella domanda, perché al giorno d’oggi si confondono spesso.
Un po’ come oggi si mescolano ad esempio l’ansia con il nervosismo e la tristezza con la depressione.
Viviamo in un mondo in cui, se non sei ambizioso, sei debole o pigrone!
Io mi sono sempre considerato un ragazzo ambizioso.
In realtà, ragionandoci, ho capito che l’ambizione senza la passione è una cavolata.
E che forse il mio riuscire nelle cose è soprattutto legato alla passione che ci metto nel farle.
L’ambizione senza passione “lascia il tempo che trova”, perché non trae nessun godimento nel “fare quello che fa”.

Pausa.
Uno dei miei sport preferiti (dopo il calcio) è sempre stato il nuoto.
Dopo l’incidente pensavo che avrei dovuto fare le para-olimpiadi. L’obiettivo che mi volevo imporre era quello di dimostrare agli altri – e a me stesso – che ero forte. Mi guidava, l’ambizione.
Fino a quando arrivò un momento in cui mi dissi: “ma chi me lo fa fare!”
Come dire, Zanardi è un grandissimo ma di Zanardi ce n’è uno solo! E lui, la passione in quello che fa, ce l’ha!
Insomma, ognuno ha la sua storia da raccontare e a me per il momento basta fare fatica in palestra – una fatica fine a se stessa ma rigenerante – e mettere passione in altre cose.

I: Ti consideri una persona forte?

T: Si. Mi considero più che altro una persona solida.
Sento di essermi costruito anche un buon “paracadute”: ho delle certezze nella mia vita che mi permettono di sentirmi tale, quindi si, dentro di me mi sento forte. Mi sento in grado.

I: Sei felice?

T: Si. E non mi costa fatica esserlo, anzi, mi basta poco.
Forse, perché sono più semplice e meno sofisticato rispetto ad altri o forse perché riesco a godermi quello che ho.
Certo, a volte anche io mi sento terribilmente debole e triste, e mi domando: “bho, che cavolo sto facendo. Forse c’era dell’altro, forse potevo farmi più domande”. La famosa frase: “come sarebbe andata se…”

Pausa.
Una delle prime cose che mi ha detto Zanardi quando l’ho incontrato è stata: “Ricordati che è tutto relativo. L’uomo percepisce, soffre e vive sulla base di ciò a cui è abituato.”
E poi, anziché accogliermi dicendo: “benvenuto anche tu in questo piccolo Club”, mi fece un esempio che mi ha fatto ridere: “Se tutti gli uomini sapessero volare, Usain Bolt sarebbe considerato un invalido.”
Una frase dura, che non mi sarei mai aspettato da lui. Eppure, ho sempre pensato che fosse una bella frase.
Il senso era: “ok, abbiamo tutti i nostri problemi ma è tutto relativo nella vita, basta guardarlo da un altro punto di vista”. Per questo, credo che a volte il fulcro di tutti i problemi sia proprio il porci domande in momenti sbagliati.

Pausa.
I primi mesi dopo l’incidente, pensavo di dover accettare quello che mi era successo, a tutti i costi.
Un giorno mi chiesi se fosse giusto sforzarmi di accettare questa cosa.
“Impara a conviverci” – mi disse il papà – e per un po’ feci così.
Poi iniziai a chiedermi se dovessi sforzarmi anche di conviverci.
Dopo ancora, senza accorgermene, iniziai a non pormi più queste domande.
Iniziò ad esistere solo il percorso nel presente.
“Sei qui, ci sei. Cerchiamo di stare bene”, mi dicevo.

I: E, se dovessi dire che cos’è la “fiducia”, come la rappresenteresti?

T: Non so come la rappresenterei. Non saprei darle una forma. So solo che io ci credo tanto, forse anche ingenuamente. La considero prioritaria nei rapporti umani.
Di indole sono uno che si fida. Faccio fatica a pensare che le persone che ti vogliono bene possano tradirti.
Così come credo che sia fondamentale avere fiducia in sé stessi.

I: Hai un desiderio, un sogno nel cassetto?

T: A parte vincere al SuperEnalotto…

Ride.
Pensavo fosse molto più facile capire cosa fare nella vita, invece è molto difficile, perché ci sono tante variabili da considerare. Fino ad adesso, io non mi sono mai fatto troppe domande su quello che volevo fare.
Sono sempre riuscito a trovare godimento in quello che mi trovavo davanti.
Il mio sogno da bambino era nuotare con gli squali tutta la vita e fare il biologo marino, però è sempre rimasto lì, come un’idea che non ho mai preso seriamente in considerazione.

I: Come quando da piccolo volevi fare il Papa!

Ride.
T: Si esatto!
Tutte le mie scelte, anche non quelle lavorative, sono quasi sempre avvenute in modo molto naturale: dalla scelta del liceo classico, a studiare Legge. Adesso che sono nel mondo del lavoro, sento che tanta gente si fa molte più domande di quelle che mi faccio (e mi sono fatto) io. Mentre io, non ho mai pensato: “quella è stata una scelta sbagliata”.
Di base, dentro di me, c’è la costante ricerca di una felicità maggiore, un’estrema felicità che si traduce in “stare sempre meglio”, senza troppi rimpianti.

I: Che cos’è la vita per te?

La vita per me è bella. E se pensiamo sia brutta, dobbiamo sforzarci per farla diventare bella. Va vissuta sempre cercando di migliorarsi.

I: Sempre per citare Zanardi: “bisogna sempre ricordarsi da dove si arriva”. Cosa pensi di questa frase?

T: È una bella frase. Penso che sia importante darsi delle pacche sulle spalle e dirsi: “Oh, bravo. Hai visto dove sei arrivato?”. È fondamentale “non dare per scontato” quello che si è fatto e ricordarsi che prima “si stava in un modo” e ora “si sta in un altro” e che ognuno di noi ha una forza e delle capacità, delle qualità.
Anche quando qualcosa va male, non bisogna mai dimenticare quello che si è, i propri punti di forza e soprattutto gratificarsi. Io me le do le “pacche sulle spalle”. Io me lo dico “bravo”. È importante dirselo.

I: Obiettivi per il futuro?

T: A breve termine, iscriversi all’esame di Stato, e passarlo. Poi diventare avvocato, e poi non so… Per il futuro spero di avere un’illuminazione, un’occasione da non perdere.

Ride.
Vorrei imparare a correre ma magari lo farò a 50 anni.
Tanti obiettivi, tantissimi ma per ora guardo davanti a me.
Anno zero. Siamo arrivati qua. Bravo!

La verità è che quando la gente mi dice: “Come hai fatto?”
Da un lato penso: “cavolo come sono forte”, dall’altro dentro di me dico: “Si, ma non potevo fare altrimenti. Per come sono io, non potevo che fare così.”

I: Bene. Ora andiamo. – Dico io.

Ci alziamo entrambi, rigenerati da questa chiacchierata.
E penso che a volte la vita ci mette davvero “i bastoni tra le ruote”.
E non si tratta di destino o casualità ma nemmeno di essere forti, di avere fiducia in sé stessi o di essere ottimisti “quel tanto che basta.”

Ognuno di noi reagirà sempre a suo modo e imparerà sempre a proprie spese.
Sarà sempre faticoso.

Non esiste una ricetta perfetta, né una gamba perfetta, per diventare ciò che si è.
Esiste solo la consapevolezza di provare sempre “gusto” in ciò che si fa.

Ilaria Negri

Perfetti, perfettibili o essere ciò che si è?

Capita di seguire, talvolta inconsciamente, un “modello di perfezione”.
È costituito dall’immagine ideale che l’individuo aspira a raggiungere secondo aspettative rispetto a sé stessi e agli altri, precetti, regole morali cui far riferimento, criteri etici, idea di “persona ideale”, etc.…
Assorbite secondo istruzioni esterne a noi, indicano cosa è importante e come raggiungere uno stato di ineccepibilità.
Processi graduali di consapevolezza, tuttavia, possono mettere in discussione ciò che fino a poco prima sosteneva le proprie certezze. Un fluire lento di segnali apparentemente impercettibili o volutamente ignorati, portano ad intuizioni di propri sentimenti, emozioni e moventi del proprio comportamento.
Abilità relazionali, professionali, affettive o amorose, sembrano lasciare posto a uno stato di smarrimento e vuoto, come se al nostro interno si creasse una distanza, se non un conflitto, tra ciò che ci sembra essere e ciò che realmente siamo.
Approfondire cosa si sia inteso per “modello di perfezione” e rispetto a cosa, può offrire ottime opportunità di reale benessere quando tende a comprendere se, puntando a un determinato obiettivo, si è stati coerenti con i più profondi sentimenti e bisogni o si sono sacrificate parti genuine per inseguire traguardi imposti dall’esterno; un caro prezzo da pagare per essere riconosciuti, accettati e conquistare un alto indice di gradimento.
Il momento di crisi è un atto di ribellione verso l’adesione a un modello che, pur assicurando approvazione, non ci rispecchia nel profondo. L’identificazione con la parte “costruita”, obbliga a uno sforzo continuo per recitare una parte che soffoca naturalezza e spontaneità. Nelle relazioni può portare a disorientare chi ci ascolta, rischiando nel tempo uno stato di solitudine.
A difesa, si attivano spinte interiori che richiamano alla coerenza. Percepite all’inizio come “scomode”, si rivelano nel tempo sfide portatrici di benessere poiché corrispondenti a ciò che realmente siamo.
Ognuno ha la possibilità di raggiungere la propria “perfezione”, secondo quella che Rogers definisce “Tendenza attualizzante”, semplicemente rispondendo a un personale modello connesso a un proprio sentire, propri bisogni, intuito ed esperienze. La maggior coerenza con la nostra parte autentica neutralizza l’ansia da prestazione continua e permette di migliorare i rapporti interpersonali poiché ci esponiamo in modo rilassato e sincero. Una sfida che aiuta a riappropriarsi delle proprie risorse interne e della propria sicurezza, al fine di una realizzazione di sé grazie alla propria unicità.
Ciascuno è unico riferimento di se stesso per i risultati raggiunti e ogni esperienza di vita, a prescindere dall’esito, è parte integrante del personale processo di crescita e perfettibilità.

Marina Trionfi

UN’INVINCIBILE FORZA.

Qualche giorno fa, per i corridoi dell’ufficio, una mia collega mi parlò di una poesia che l’aveva toccata. I suoi occhi erano lucidi, mentre mi raccontava quanto l’avesse “scossa” dentro, così, incuriosita le dissi: “mandamela per mail, voglio leggerla anch’io”.

Mia cara,
nel bel mezzo dell’odio
ho scoperto che vi era in me
un invincibile amore.
Nel bel mezzo delle lacrime
ho scoperto che vi era in me
un invincibile sorriso.
Nel bel mezzo del caos
ho scoperto che vi era in me
un’ invincibile tranquillità.
Ho compreso, infine,
che nel bel mezzo dell’inverno,
ho scoperto che vi era in me
un’invincibile estate.
E che ciò mi rende felice.
Perché afferma che non importa
quanto duramente il mondo
vada contro di me,
in me c’è qualcosa di più forte,
qualcosa di migliore che mi spinge subito indietro.
(Albert Camus)

In un primo momento, capitata tra un’e-mail di lavoro e l’altra, pensai: eh si, è proprio vero. Arriva il periodo in cui appena sentiamo la parola “estate” – in un qualsiasi contesto – ci sentiamo mossi da vibrazioni positive, che ci spingono verso luoghi idilliaci e spensierati.

Carina.
Archiviai l’e-mail e continuai il mio tran tran.

Mi capitò poi di rileggerla con più calma, durante la pausa pranzo. Bastò una sola volta per sentire dentro di me risvegliarsi qualcosa, qualcosa che spesso rimane sopito, poco cosciente, qualcosa che spesso faccio fatica a riconoscere e a dare un valore: un’invincibile forza, quella interiore.

Non necessariamente un’energia vitale capace di scuotermi a tal punto da rendermi impavida e temeraria di fronte a qualsiasi avversità della vita (non siamo mica tutte “Xena, la Principessa Guerriera”!).

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Ma più banalmente, quella che mi spinge ad alzarmi dal letto ogni mattina, anche quando ho il presentimento che la giornata non andrà esattamente come spererei che andasse.

Per restare leggeri, quella che mi fa sorridere davanti alle piccole “calamità” quotidiane, che reiterate nel tempo, ho imparato ad accogliere con disinvoltura: l’autobus in ritardo di 20 minuti che mi costringe a tornare a casa a piedi; la macchia di caffè sulla camicetta nuova prima di una riunione; lo spigolo del letto sul mignolino del piede durante le pulizie domenicali; il cellulare scarico (senza caricabatterie); la pioggia (senza ombrello); i leggendari “chili di troppo” ad un mese dalla fantomatica “prova costume”.

O, per andare invece più nel profondo, quella forza che mi motiva ad andare avanti, a mettermi in gioco, a trovare nuove soluzioni, anche quando incombono su di me quelle grandi delusioni della vita che lasciano un po’ di amaro in bocca: una mancata promozione al lavoro; la fine di un’amicizia; un amore non corrisposto.

C’è chi la definisce: serenità d’animo, chi fiducia in sé stessi. Carl Rogers, fondatore dell’Approccio Centrato sulla Persona, la descrive come “una tendenza attualizzante, presente in tutti gli organismi viventi” (per approfondimenti sul tema, “Un modo di essere”, di Carl Rogers). Qualcosa che è dentro di noi fin dalla nascita, che non può essere distrutto e che, anche in condizioni avverse, non rinuncerà mai ad esprimersi, anzi, cercherà in tutti i modi (anche contro di noi), di realizzarsi al meglio.

Una forza interiore che ci concede il tempo necessario per prenderci cura delle nostre ferite, siano esse inferte da una malattia, da un insuccesso lavorativo o dalla perdita di un nostro caro. Offrendoci poi sempre la possibilità di rialzarci di nuovo, più consapevoli della caducità della vita.

Certo, nella maggior parte dei giorni di cui abbiamo memoria, abbiamo la sensazione che questa “tendenza” non sia sempre al nostro fianco, e forse diciamocelo, non abbiamo nemmeno voglia di avercela troppo intorno.
A volte, sentiamo il bisogno di crogiolarci nel nostro dolore, nella nostra disperazione più che guardare il mondo con positività, imparando a cogliere il buono da ogni esperienza.

Eppure, per quanto ci ostiniamo a tenerla sottochiave, quest’invincibile forza dentro di noi, trova sempre il modo di liberarsi e manifestarsi con più o meno potenza e convinzione. Non tanto per concederci una “seconda chance” rispetto ai fallimenti che abbiamo subito ma per metterci di fronte ancora una volta all’opportunità di diventare ciò che siamo, di andare avanti, di guardare oltre.
Una forza che non ci spegne ma ci accende.

Senza renderci supereroi ma di sicuro, padroni della nostra anima.
Per dirlo con le parole di William Ernest Henley:

I’m the Master of my fate,I‘m the Captain of my soul.

Ilaria Negri