LA RIVOLUZIONE DELL’ANGUILLA

rogersianamente_un modo di essere

Riavvolgere la lenza, con benevolenza.

È un momento ben preciso quello in cui, sulle rive del suo fiume, il ragazzo decide di prendersi la testa ed i pensieri fra le mani, snocciolandoli con calma. Senza stringere troppo, spreme l’amaro ed il dolce dei suoi vissuti per assaporarli così come sono, senza giudizio. É un preciso istante quello che riempie di gusto quel momento fermo, mentre il fiume galoppa ed il tempo è un corridore senza alcun rivale, se non la consapevolezza di viverlo.

Come sassi piatti, i suoi pensieri si adagiano sul fondo di un tempo fermo e limpido per riavvolgere la pellicola della sua storia e proiettarla sul muro pulito di una nuova coscienza di sé. La riavvolge piano ed in silenzio, come la lenza al mulinello quando il pesce abbocca all’amo o quando il tempo si ribella decidendo, per una volta, di non scapparsene via come fa l’anguilla tra le mani.

Storie parallele di noia e rivoluzione.

L’acqua si calamita alla Luna come abboccata all’amo, quando questa la chiama nelle notti in cui è piena di sé. Così anche il ragazzo, nelle vuote sere d’estate, veniva attratto dall’acqua senza memoria del suo fiume. Un’acqua che scorre decisa, scortese e senza fronzoli e che della sua adolescenza ne ha catturato e riflesso i momenti più belli. È qui che, lenza e canna in mano, il tempo veniva imbrigliato nella rete a maglie strette di odori e sensazioni che entrarono nelle ossa di un adolescente sensibile come il cimino di una canna; agitato come il fiume dopo un temporale estivo.

Quindi i motorini si buttavano sulla riva e si accendeva un gran falò, perché nonostante l’estate il freddo era pungente e le zanzare così aggressive che avrebbero potuto rapirti. Mentre i dubbi di un amico che ancora non sapeva cosa farsene della propria vita facevano da contraltare a chi invece della sua aveva già la mappatura, il verme si dimenava sull’amo ed i campanelli sulle cime delle canne erano pronti come sentinelle a suonare l’allarme in caso di cattura. Arrivava quindi il tempo dell’attesa che si stringeva attorno al fuoco e si faceva denso di racconti e risate, di confessioni e aneddoti al limite della legalità tra ragazzi che del libro della propria storia erano solo alle prime battute.

E tra loro quel ragazzo: un vaso profondo colmo di terra fertile, senza semi e sogni; se non quello di sentire un campanello suonare, una canna piegarsi e correre nel buio per scoprire cosa il fiume gli avesse regalato quella notte.

In Viaggio verso e attraverso.

Il rituale sulla riva aveva un retrogusto magico: all’amo si infilzavano uno o due vermi che si dimenavano indemoniati e, lanciati al centro del fiume grazie ad un piombo piatto, si adagiavano sul fondo continuando la loro straziante danza, attraendo inconsapevolmente la regina della notte; quel pesce-serpente che nuota e si nasconde tra i canneti dei fiumi e nel mistero degli abissi caraibici. I vermi danzano, l’anguilla abbocca e tira con tutta la sua forza, la cima della canna si piega ed il campanello suona. L’attesa si fa così adrenalina: lo strattone giusto alla lenza ed ecco che inizia la lotta con quel pesce che più di tutti, con misterioso silenzio, ci insegna come ogni essere vivente tenda per natura ad una rivoluzione continua, ad un adattamento che è sostanza, ad un obiettivo che si fa viaggio e non solo punto di arrivo.

È la rivoluzione dell’anguilla che alberga nei fondali di ognuno di noi, siano essi colmi di acqua salata o dolce. Nasciamo dotati di cartina e barca a remi, sempre pronti a salpare per un viaggio rivoluzionario verso e attraverso l’attualizzazione di sé.

L’adolescenza dell’anguilla.

Tutto ha inizio ben lontano da una sponda d’un fiume, bensì nelle profondità del Mar dei Sargassi, nell’Atlantico nord occidentale, tra le Grandi Antille, le Azzorre e le Bermuda. È qui che nascono tutte le anguille pescate in Africa, America, Europa e le poche finite nei retini del ragazzo. Quelle che saranno poi chiamate Anguille, nella profondità di questo mare, prendono il nome di Leptocefali, larve primordiali dal corpo a forma di foglia di salice per via della forte pressione dovuta alla profondità in cui nascono. Durante le prime fasi dello sviluppo le dimensioni aumentano velocemente fino allo stadio di larva per poi diminuire ed assumere l’aspetto adulto. Sono passati solo alcuni mesi dalla schiusa delle uova ma il Leptocefalo sembra conoscere la sua strada. Inizia infatti a mutare e a svilupparsi, in un ambiente come quello del Mar dei Sargassi a lui favorevole, verso un viaggio spinto dalla Corrente del Golfo, che lo porterà a raggiungere le coste dell’Europa e dell’America sotto altra forma e nome.

Sulla riva il ragazzo stringe la testa tra le mani, guarda il fiume scorrere e con lui i pensieri di un’adolescenza vissuta nella profondità di un mare sempre troppo grande per comprenderlo, troppo buio e profondo per lasciarlo libero di farsi trasportare dalla sua corrente del Golfo.

Che ne sa il Leptocefalo, dall’oscurità del Mar dei Sargassi, che da pesce d’acqua salata diverrà d’acqua salmastra e poi dolce, per poi tornare, sotto altro nome ed aspetto, là dove tutto ha avuto inizio?

 

«Il babbo porta i baffi come i cowboi nei film western su Rete4. A differenza loro però non spara in aria urlando, seduto sulla sella d’un cavallo. È più simile ad un carovaniere, su d’età e di peso, che, immancabilmente, viene assalito e depredato della sua diligenza. Lavora nelle ferrovie da quando venne inventato il treno a vapore, credo. Non ho ben capito né come né chi lo faccia, ma si lamenta sempre di venire derubato del tempo, del lavoro, della vita che trotta senza biglietto di ritorno. Ed i treni ritardatari hanno fatto di quel macchinista un babbo in ritardo, un carovaniere derubato della sua mercanzia.

Forse le urla dei pendolari infuriati in cerca di rimborsi e spiegazioni, oppure il continuo fischio del treno in partenza. Non so bene cosa sia stato, sta di fatto che il mio babbo è sordo. Cioè non sordo come quelli che non sentono quello che gli dici, sordo come quelli che non vedono oltre il rumore delle parole. Ecco, con il babbo è un po’ così: le mie parole sono solo rumore a cui corrispondere altrettanto rumore per decidere, sbrigare, definire, fare. È un treno che trotta – totom-totom – senza fermarsi a guardare il paesaggio e conoscere le storie di chi trasporta, tra cui la mia.

La mamma non era così. A lei non serviva sentire quello che dicevo per capire cosa avessi. Sapeva leggermi attraverso il rumore dei miei silenzi, dei miei sguardi, del mio essere solo me stesso. Mi ascoltava pure quando dormivo e la mattina senza neppure che finissi di stropicciarmi gli occhi già sapeva cosa avessi sognato quella notte.

La mamma se l’è portata via il lago una bella mattina di maggio. Tra tempeste, onde e battelli anche lui faceva un gran parlare ma, evidentemente, nessuno sapeva ascoltarlo così bene come sapeva fare la mia mamma. Ora, seduta sul fondale, la vedo in silenzio assorbire tutto il trambusto di quest’acqua assetata di storie mai ascoltate.

Sono tornato su quella riva un pomeriggio, ho messo la testa sotto l’acqua e l’ho chiamato così forte, bevendo e mischiando l’acqua del lago con le mie lacrime, che tutti i pesci si sono zittiti dalla paura e forse è proprio da allora che sono muti come pesci. Peccato – ripensai in seguito – proprio ora che qualcuno avrebbe ascoltato le loro storie di lago così bene da renderle vere.

A me piace il mare. Ma non quello che sa di crema solare; il mare quello così profondo da non invidiare nulla al cielo. Il mare dei pappagalli parlanti e dei tesori nascosti, delle Americhe trovate per caso sfidando le maledizioni del mar dei Sargassi. A me piacciono i pirati e le avventure vissute aggrappato alla cima dell’albero maestro e alle reti della mia fantasia.

“Quattro pirati nel mar dei Sargassi
sopra una zattera fatta di assi
vanno remando, dicono loro,
alla ricerca di un grande tesoro”

Canto nel mare della mia vasca da bagno, mentre ordino al nostromo di spiegare le vele. Ed io sono il condottiero del bagno di casa, quando babbo non c’è. Perché quando arriva una nuvola nera alza il vento che mi costringe a chiudere le vele e rientrare in porto per salire su un treno lungo e noioso, interrotto dalle solite fermate già vissute. Glie l’ho detto al babbo una mattina che mi portava a scuola – Babbo, se ti va una volta ti ci porto sul mio vascello, devo solo dire al nostromo di far spazio nella stiva – ma forse non mi stava ascoltando, perché mi salutò accennando un “si” insipido, prima di lasciarmi sul molo della scuola e ripartire sul suo treno in ritardo.

Paolo Cagliani

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