Tommaso.

Rubrica da persona a persona

Milano. Un sabato pomeriggio di fine giugno. 40 gradi.

Mi accolse in salotto, su quel divano bianco e grande, che da bambini era spesso oggetto di infinite discussioni: entrambi volevamo prenderci posto, finendo spesso per contendercelo con modi molto poco ortodossi.
Mi accasciai sulla poltrona a fianco, sfinita dal caldo afoso che ci perseguitava ormai da giorni.

“Allora come va?” – Chiesi.
“Caldo.” – Ecco, appunto.

Erano settimane che organizzavamo di vederci. Ormai entrambi lavoratori stacanovisti, il tempo per incrociarsi era sempre meno. Avevamo optato per il weekend: no lavoro; zero impegni; l’altro fratello in campagna; mamma e papà al mare. La casa era effettivamente più “tranquilla” e per un attimo questo clima rilassato mi fece pensare che avremmo potuto anche rimandare…

“Se non te la senti, facciamo un’altra volta” – Proposi.
“No, no, me la sento. Anzi, mi fa piacere”. – Disse quasi perplesso dalla mia proposta.

Il mio sguardo cadde sulla protesi.
Pensai subito all’ “Arto Fantasma”. Una sindrome difficile da capire: da un lato così extracorporea, dall’altro, una sensazione concreta, fisica, quotidiana.
Tommy perse la gamba a 20 anni, per un incidente stupido. Dopo tre mesi di ospedali (4 in tutto) e interventi (13 per l’esattezza), i medici dovettero ricorrere all’amputazione della gamba destra. Un taglio netto, sopra il ginocchio.
Ho sempre pensato che ad un fatto del genere lui reagì “bene”.
E mi sono sempre chiesta se io sarei mai stata in grado di fare altrettanto.

In questi anni ho sentito pareri diversi: qualcuno dice che è il destino a scegliere per noi. E spesso, sceglie i più forti d’animo, quelli in grado di affrontare e sopportare un certo tipo di sfide. Altri, invece, non credono nel fato. Sono convinti che la vita sia pura casualità.

Per un motivo o per un altro, questa domanda mi ha spinto a cercare una risposta guardando la realtà più da vicino. Abbandonando sofismi o aforismi di natura varia.

I: Ok, iniziamo. Cominciamo prima di tutto dalle presentazioni: mi aiuteresti a descriverti?

T: Eh, domanda difficile. – Pausa.
Sono Tommaso e sono tuo fratello.
Mi sono laureato in Giurisprudenza e sto per finire la pratica in uno studio legale.
Ho una bellissima famiglia, unita.
Sono un ragazzo a cui è capitata una cosa grossa e molto dura. Sette anni fa, ho fatto un incidente in motorino con il fratello di uno dei miei migliori amici, a seguito del quale, ho perso una gamba.”

Pausa.
A volte mi chiedo se è giusto ancora presentarmi e far presente questa cosa. Quando mi chiedono “chi sei?”, parlare della gamba mi fa pensare: “cavolo è ancora così importante? Allora non l’ho ancora superata.”
Nei primi anni dopo l’incidente era una prassi dire a tutti: “ciao, sono Tommaso e non ho una gamba.”
Era un modo per mettere le cose in chiaro, fin da subito.
Ora che lo dico però, non penso che oggi questo faccia la differenza.
L’aver subito e vissuto quell’esperienza in qualche modo mi ha cambiato ma non credo di essere un’altra persona rispetto a quello che ero prima. Sono convinto che le caratteristiche della mia personalità che vedo oggi, ci fossero da sempre.

Pausa.
Sono un ragazzo che studia, che vuole diventare avvocato, con tanti dubbi sul futuro, come quasi tutti i giovani di oggi.

I: Ti faccio allora una domanda: come ti ha trasformato e come hai trasformato quello che ti è accaduto?

T: Mi ha trasformato sotto tanti punti di vista. Prima di tutto fisicamente.
L’elemento della fisicità, del proprio corpo, soprattutto nei primi anni, per me è stato molto sofferto. Non mi ha mai fatto “senso” ma ogni giorno mi svegliavo e guardarmi era come se fosse sempre la prima volta.
Anche dal punto di vista interiore, la trasformazione è stata enorme.
Il fatto di non avere una gamba, mi ha fatto capire cos’è il dolore, cos’è la sofferenza e che cosa significa la conquista delle piccole cose, quelle che nella quotidianità magari sembrano scontate. Mi ha fatto capire che per tutta la vita dovrò fare i conti con questo fatto. E che tutte queste consapevolezze forse sì, mi hanno reso migliore, ma se potessi scegliere, preferirei che non fosse mai successo. Credo sarei stato una persona positiva comunque. Non mi sento una di quelle persone che dice: “ah, questa cosa mi ha cambiato in meglio!”

Pausa.
All’inizio poi è ancora più difficile, perché vedi tutto nero. Anche i miei primi pensieri sono stati: “ora come farò? Non ce la posso fare”. Il fatto è che non siamo mai abbastanza abituati a subire e a vivere delle situazioni del genere per cui, quando ci capitano, penso sia naturale che la paura ci blocchi totalmente.
Eppure, sin dai primi momenti, ho capito fin da subito che la strada sbagliata era quella di vivere questo episodio solo come un evento negativo o meglio, peggiorativo.
È come se una parte di me, che probabilmente c’era già prima dell’incidente, fosse naturalmente portata a vedere le cose da un lato positivo. Come se mi dicessi: “andrà tutto bene!”, anche se: “non era andata bene per niente!”
Questo non vuol dire che io non abbia mai avuto (o non abbia ancora) paura che le cose vadano male ma dentro di me sento che si possono affrontare con positività e ottimismo.
Forse è un tratto innato…Non lo so ma per me è così.

I: A questo proposito, l’altro giorno ascoltavo un’intervista di Alex Zanardi che ad un certo punto diceva: “[…] è la curiosità che mi ha spinto a guardarmi attorno anche nei momenti più difficili e a trasformarli in opportunità […].”

T: Sì, la curiosità è fondamentale.
Quando ancora ero in ospedale, volevo subito capire come era fatta una protesi e come cavolo si facesse a tornare a camminare! La prima volta che ne ho vista una, è stata su un ragazzo che aveva subito un incidente più brutto del mio: l’ho visto in piedi, con questa copertura argento e la mia prima impressione è stata: “bello! Perfetto. La voglio anche io e la potrò utilizzare al meglio!”
Non mi ha dato una sensazione invalidante…forse perché io ero ancora sulla sedia rotelle!

Ride.
La curiosità ti spinge a dare il massimo. A guardare le cose da un punto di vista più “pratico”.
E allora piano piano inizi a stare meglio, vuoi stare meglio. Prima di tutto fisicamente.Inizi a riacquistare autonomia. Può sembrare una cavolata ma quando non riesci ad alzarti e non riesci a muoverti, la sensazione anche solo di poter uscire da una stanza a bordo di una sedia rotelle è già una grandissima conquista.
E ogni cosa in più, è una cosa nuova che assapori.
E quando sei già pieno di tutte le piccole conquiste che all’inizio ti sembravano importanti, quando quindi è diventato di nuovo normale alzarsi; andare in bagno da solo; fare una passeggiata, è a quel punto che “cavolo, vuoi di più!”
E quindi comincia un nuovo inizio, un nuovo ripartire, lottare. Un nuovo incuriosirsi alle cose.

I: Vado dritta al punto: cos’è il passato, cos’è il presente, cos’è il futuro?

T: È difficile dare una definizione a tutti e tre: Passato, Presente e Futuro, sono legati dal concetto di Tempo.
E il Tempo per me è uno di quei pensieri che trovo spaventosi.
Se devo pensare al mio futuro da qui a 30 anni, mi terrorizza. Forse, perché con quello che mi è successo, ho dovuto farci i conti con meno spensieratezza.
Anche se credo che la nostra personalità sia qualcosa che ognuno ha dentro di sé a prescindere, penso che ciò che siamo oggi è sicuramente determinato anche dal nostro passato, da quello che ci è successo.
Nel presente cerco di avere uno spirito positivo ma non posso negarlo: c’è sempre (come per tutti) un po’di paura verso il futuro, perché esistono dei valori in gioco e soprattutto esistono le esperienze passate che ci hanno più o meno segnato.

I: A parte questi pensieri, sei soddisfatto di te? Cosa significa secondo te “mettersi in gioco”?

T: Si. Direi che sono soddisfatto ma ci sono tante cose ancora da mettere a posto, da fare.
Sono in un periodo di crescita. Ci sono momenti della vita (io li sento), in cui dici: “ok. Momento di crescita. Sto crescendo in questo momento.”E ultimamente mi capitano spesso.
“Mettersi in gioco” invece è la cosa più difficile, perché credo ci voglia grande istinto.
Io, invece, pondero tanto le mie scelte, per cui forse non sono così portato a farlo.
O meglio, è probabile che ad un certo punto io mi sia “bloccato”.

Pausa.
Quattro anni fa, prima di andare al mare, ho perso tanto tempo sulle protesi.
Era un periodo in cui mi sentivo alla grande: avevo ricominciato da un po’ a studiare, “a provarci” con le ragazze, a sentirmi piaciuto e a piacermi. E forse lì mi sono un po’ “montato la testa”, nel senso che ho voluto a tutti i costi un nuovo ginocchio, più tecnologico, in grado di farmi fare molte più cose: dal correre al nuotare, eccetera.
Volevo sistemare al massimo il tutto. L’obiettivo era: la gamba perfetta.
Ero dell’idea che la protesi dovesse essere un’approssimazione continua, verso un miglioramento continuo. E in quel momento stavo percependo che tutto andava proprio in quella direzione. Mi ero messo in gioco e volevo trarne il massimo.
Finì che la protesi fu pronta e dopo tre giorni di mare, il ginocchio si ruppe. Una vera batosta!
La ricerca della gamba perfetta era stata una mia illusione.
È stato il momento in cui forse “mi sono bloccato” ma è stato anche il momento in cui ho capito che dovevo prima di tutto domandarmi quali volevo che fossero “i miei passi successivi”. Mi sono reso conto che “mettersi in gioco” ha un valore più grande dopo una sconfitta o una delusione, e vale forse più nella quotidianità, che in episodi eclatanti.

I: Mi viene da chiederti allora, che differenza c’è secondo te tra ambizione e passione?

T: È una bella domanda, perché al giorno d’oggi si confondono spesso.
Un po’ come oggi si mescolano ad esempio l’ansia con il nervosismo e la tristezza con la depressione.
Viviamo in un mondo in cui, se non sei ambizioso, sei debole o pigrone!
Io mi sono sempre considerato un ragazzo ambizioso.
In realtà, ragionandoci, ho capito che l’ambizione senza la passione è una cavolata.
E che forse il mio riuscire nelle cose è soprattutto legato alla passione che ci metto nel farle.
L’ambizione senza passione “lascia il tempo che trova”, perché non trae nessun godimento nel “fare quello che fa”.

Pausa.
Uno dei miei sport preferiti (dopo il calcio) è sempre stato il nuoto.
Dopo l’incidente pensavo che avrei dovuto fare le para-olimpiadi. L’obiettivo che mi volevo imporre era quello di dimostrare agli altri – e a me stesso – che ero forte. Mi guidava, l’ambizione.
Fino a quando arrivò un momento in cui mi dissi: “ma chi me lo fa fare!”
Come dire, Zanardi è un grandissimo ma di Zanardi ce n’è uno solo! E lui, la passione in quello che fa, ce l’ha!
Insomma, ognuno ha la sua storia da raccontare e a me per il momento basta fare fatica in palestra – una fatica fine a se stessa ma rigenerante – e mettere passione in altre cose.

I: Ti consideri una persona forte?

T: Si. Mi considero più che altro una persona solida.
Sento di essermi costruito anche un buon “paracadute”: ho delle certezze nella mia vita che mi permettono di sentirmi tale, quindi si, dentro di me mi sento forte. Mi sento in grado.

I: Sei felice?

T: Si. E non mi costa fatica esserlo, anzi, mi basta poco.
Forse, perché sono più semplice e meno sofisticato rispetto ad altri o forse perché riesco a godermi quello che ho.
Certo, a volte anche io mi sento terribilmente debole e triste, e mi domando: “bho, che cavolo sto facendo. Forse c’era dell’altro, forse potevo farmi più domande”. La famosa frase: “come sarebbe andata se…”

Pausa.
Una delle prime cose che mi ha detto Zanardi quando l’ho incontrato è stata: “Ricordati che è tutto relativo. L’uomo percepisce, soffre e vive sulla base di ciò a cui è abituato.”
E poi, anziché accogliermi dicendo: “benvenuto anche tu in questo piccolo Club”, mi fece un esempio che mi ha fatto ridere: “Se tutti gli uomini sapessero volare, Usain Bolt sarebbe considerato un invalido.”
Una frase dura, che non mi sarei mai aspettato da lui. Eppure, ho sempre pensato che fosse una bella frase.
Il senso era: “ok, abbiamo tutti i nostri problemi ma è tutto relativo nella vita, basta guardarlo da un altro punto di vista”. Per questo, credo che a volte il fulcro di tutti i problemi sia proprio il porci domande in momenti sbagliati.

Pausa.
I primi mesi dopo l’incidente, pensavo di dover accettare quello che mi era successo, a tutti i costi.
Un giorno mi chiesi se fosse giusto sforzarmi di accettare questa cosa.
“Impara a conviverci” – mi disse il papà – e per un po’ feci così.
Poi iniziai a chiedermi se dovessi sforzarmi anche di conviverci.
Dopo ancora, senza accorgermene, iniziai a non pormi più queste domande.
Iniziò ad esistere solo il percorso nel presente.
“Sei qui, ci sei. Cerchiamo di stare bene”, mi dicevo.

I: E, se dovessi dire che cos’è la “fiducia”, come la rappresenteresti?

T: Non so come la rappresenterei. Non saprei darle una forma. So solo che io ci credo tanto, forse anche ingenuamente. La considero prioritaria nei rapporti umani.
Di indole sono uno che si fida. Faccio fatica a pensare che le persone che ti vogliono bene possano tradirti.
Così come credo che sia fondamentale avere fiducia in sé stessi.

I: Hai un desiderio, un sogno nel cassetto?

T: A parte vincere al SuperEnalotto…

Ride.
Pensavo fosse molto più facile capire cosa fare nella vita, invece è molto difficile, perché ci sono tante variabili da considerare. Fino ad adesso, io non mi sono mai fatto troppe domande su quello che volevo fare.
Sono sempre riuscito a trovare godimento in quello che mi trovavo davanti.
Il mio sogno da bambino era nuotare con gli squali tutta la vita e fare il biologo marino, però è sempre rimasto lì, come un’idea che non ho mai preso seriamente in considerazione.

I: Come quando da piccolo volevi fare il Papa!

Ride.
T: Si esatto!
Tutte le mie scelte, anche non quelle lavorative, sono quasi sempre avvenute in modo molto naturale: dalla scelta del liceo classico, a studiare Legge. Adesso che sono nel mondo del lavoro, sento che tanta gente si fa molte più domande di quelle che mi faccio (e mi sono fatto) io. Mentre io, non ho mai pensato: “quella è stata una scelta sbagliata”.
Di base, dentro di me, c’è la costante ricerca di una felicità maggiore, un’estrema felicità che si traduce in “stare sempre meglio”, senza troppi rimpianti.

I: Che cos’è la vita per te?

La vita per me è bella. E se pensiamo sia brutta, dobbiamo sforzarci per farla diventare bella. Va vissuta sempre cercando di migliorarsi.

I: Sempre per citare Zanardi: “bisogna sempre ricordarsi da dove si arriva”. Cosa pensi di questa frase?

T: È una bella frase. Penso che sia importante darsi delle pacche sulle spalle e dirsi: “Oh, bravo. Hai visto dove sei arrivato?”. È fondamentale “non dare per scontato” quello che si è fatto e ricordarsi che prima “si stava in un modo” e ora “si sta in un altro” e che ognuno di noi ha una forza e delle capacità, delle qualità.
Anche quando qualcosa va male, non bisogna mai dimenticare quello che si è, i propri punti di forza e soprattutto gratificarsi. Io me le do le “pacche sulle spalle”. Io me lo dico “bravo”. È importante dirselo.

I: Obiettivi per il futuro?

T: A breve termine, iscriversi all’esame di Stato, e passarlo. Poi diventare avvocato, e poi non so… Per il futuro spero di avere un’illuminazione, un’occasione da non perdere.

Ride.
Vorrei imparare a correre ma magari lo farò a 50 anni.
Tanti obiettivi, tantissimi ma per ora guardo davanti a me.
Anno zero. Siamo arrivati qua. Bravo!

La verità è che quando la gente mi dice: “Come hai fatto?”
Da un lato penso: “cavolo come sono forte”, dall’altro dentro di me dico: “Si, ma non potevo fare altrimenti. Per come sono io, non potevo che fare così.”

I: Bene. Ora andiamo. – Dico io.

Ci alziamo entrambi, rigenerati da questa chiacchierata.
E penso che a volte la vita ci mette davvero “i bastoni tra le ruote”.
E non si tratta di destino o casualità ma nemmeno di essere forti, di avere fiducia in sé stessi o di essere ottimisti “quel tanto che basta.”

Ognuno di noi reagirà sempre a suo modo e imparerà sempre a proprie spese.
Sarà sempre faticoso.

Non esiste una ricetta perfetta, né una gamba perfetta, per diventare ciò che si è.
Esiste solo la consapevolezza di provare sempre “gusto” in ciò che si fa.

Ilaria Negri

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