UN’INVINCIBILE FORZA.

Qualche giorno fa, per i corridoi dell’ufficio, una mia collega mi parlò di una poesia che l’aveva toccata. I suoi occhi erano lucidi, mentre mi raccontava quanto l’avesse “scossa” dentro, così, incuriosita le dissi: “mandamela per mail, voglio leggerla anch’io”.

Mia cara,
nel bel mezzo dell’odio
ho scoperto che vi era in me
un invincibile amore.
Nel bel mezzo delle lacrime
ho scoperto che vi era in me
un invincibile sorriso.
Nel bel mezzo del caos
ho scoperto che vi era in me
un’ invincibile tranquillità.
Ho compreso, infine,
che nel bel mezzo dell’inverno,
ho scoperto che vi era in me
un’invincibile estate.
E che ciò mi rende felice.
Perché afferma che non importa
quanto duramente il mondo
vada contro di me,
in me c’è qualcosa di più forte,
qualcosa di migliore che mi spinge subito indietro.
(Albert Camus)

In un primo momento, capitata tra un’e-mail di lavoro e l’altra, pensai: eh si, è proprio vero. Arriva il periodo in cui appena sentiamo la parola “estate” – in un qualsiasi contesto – ci sentiamo mossi da vibrazioni positive, che ci spingono verso luoghi idilliaci e spensierati.

Carina.
Archiviai l’e-mail e continuai il mio tran tran.

Mi capitò poi di rileggerla con più calma, durante la pausa pranzo. Bastò una sola volta per sentire dentro di me risvegliarsi qualcosa, qualcosa che spesso rimane sopito, poco cosciente, qualcosa che spesso faccio fatica a riconoscere e a dare un valore: un’invincibile forza, quella interiore.

Non necessariamente un’energia vitale capace di scuotermi a tal punto da rendermi impavida e temeraria di fronte a qualsiasi avversità della vita (non siamo mica tutte “Xena, la Principessa Guerriera”!).

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Ma più banalmente, quella che mi spinge ad alzarmi dal letto ogni mattina, anche quando ho il presentimento che la giornata non andrà esattamente come spererei che andasse.

Per restare leggeri, quella che mi fa sorridere davanti alle piccole “calamità” quotidiane, che reiterate nel tempo, ho imparato ad accogliere con disinvoltura: l’autobus in ritardo di 20 minuti che mi costringe a tornare a casa a piedi; la macchia di caffè sulla camicetta nuova prima di una riunione; lo spigolo del letto sul mignolino del piede durante le pulizie domenicali; il cellulare scarico (senza caricabatterie); la pioggia (senza ombrello); i leggendari “chili di troppo” ad un mese dalla fantomatica “prova costume”.

O, per andare invece più nel profondo, quella forza che mi motiva ad andare avanti, a mettermi in gioco, a trovare nuove soluzioni, anche quando incombono su di me quelle grandi delusioni della vita che lasciano un po’ di amaro in bocca: una mancata promozione al lavoro; la fine di un’amicizia; un amore non corrisposto.

C’è chi la definisce: serenità d’animo, chi fiducia in sé stessi. Carl Rogers, fondatore dell’Approccio Centrato sulla Persona, la descrive come “una tendenza attualizzante, presente in tutti gli organismi viventi” (per approfondimenti sul tema, “Un modo di essere”, di Carl Rogers). Qualcosa che è dentro di noi fin dalla nascita, che non può essere distrutto e che, anche in condizioni avverse, non rinuncerà mai ad esprimersi, anzi, cercherà in tutti i modi (anche contro di noi), di realizzarsi al meglio.

Una forza interiore che ci concede il tempo necessario per prenderci cura delle nostre ferite, siano esse inferte da una malattia, da un insuccesso lavorativo o dalla perdita di un nostro caro. Offrendoci poi sempre la possibilità di rialzarci di nuovo, più consapevoli della caducità della vita.

Certo, nella maggior parte dei giorni di cui abbiamo memoria, abbiamo la sensazione che questa “tendenza” non sia sempre al nostro fianco, e forse diciamocelo, non abbiamo nemmeno voglia di avercela troppo intorno.
A volte, sentiamo il bisogno di crogiolarci nel nostro dolore, nella nostra disperazione più che guardare il mondo con positività, imparando a cogliere il buono da ogni esperienza.

Eppure, per quanto ci ostiniamo a tenerla sottochiave, quest’invincibile forza dentro di noi, trova sempre il modo di liberarsi e manifestarsi con più o meno potenza e convinzione. Non tanto per concederci una “seconda chance” rispetto ai fallimenti che abbiamo subito ma per metterci di fronte ancora una volta all’opportunità di diventare ciò che siamo, di andare avanti, di guardare oltre.
Una forza che non ci spegne ma ci accende.

Senza renderci supereroi ma di sicuro, padroni della nostra anima.
Per dirlo con le parole di William Ernest Henley:

I’m the Master of my fate,I‘m the Captain of my soul.

Ilaria Negri

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